Dalla "Lettera alle famiglie" di Card. Carlo Maria Martini
Mi capita talora di raccogliere nei genitori una specie di paura, di apprensione al sospetto che un figlio possa orientarsi al ministero sacerdotale. Anche i genitori dei seminaristi mi fanno intuire questa inquietudine, come se mi domandassero: 'Ma che vita aspetta mio figlio, se diventa prete? Sarà felice? Sarà solo?'.
Vorrei rispondere che la vita del prete, di oggi e di domani, come quella di ieri, è una vita cristiana: perciò chi vuol essere un bravo prete porterà la sua croce ogni giorno, come fate voi, in una dedizione che non sarà sempre gratificata da riconoscenza e da risultati, in un esercizio di responsabilità che incontrerà anche la critica e l'incomprensione, in un assedio di impegni che sarà talora logorante.
Tuttavia non si considera abbastanza - mi sembra - ciò che rende bella la vita di un prete, bella e lieta in un modo unico. Il prete infatti vive soprattutto di relazioni: dedica il suo tempo alle persone. Non si cura di cose, di carte, di soldi, se non secondariamente. Passa il suo tempo ad incontrare gente: i bambini e gli anziani, i giovani e gli adulti, i malati e i sani, quelli che gli vogliono bene e lo aiutano e quelli che lo criticano, lo deridono, e pretendono. E' un'esperienza umana straordinaria. E incontra le persone non per trarne qualche vantaggio, ma per prendersi cura di loro, della loro vocazione alla gioia, del loro essere figli di Dio. Al prete le persone spesso aprono il loro cuore per una confidenza che non ha eguali nei rapporti umani e in questa confidenza viene seminata la Parola che dice la verità, che apre alla speranza eterna, che guarisce con il perdono".